La lotta all’emergenza plastica non ha confini: shopper biodegradabili anche in Cile e Cina, ma resta ancora molto da fare

La lotta all’emergenza plastica non ha confini: shopper biodegradabili anche in Cile e Cina, ma resta ancora molto da fare

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Importanti passi in avanti nella lotta all’inquinamento della plastica arrivano anche da quei paesi dove l’emergenza della plastica nei mari  (GUARDA IL NOSTRO VIDEO DOCUMENTARIO) si sente di più.

Ad esempio il Cile che da poco più di un mese è diventato il primo in America Latina a proibire i sacchetti di plastica nei grandi supermercati. Ogni anno produceva 3,4 milioni di shopper l’anno, cifra che si azzererà con il bando totale previsto per l’agosto del 2020.

Analogo trend in Cina, dove la provincia dell’isola di Hainan entro la fine del 2020 sarà la prima a vietare la produzione di sacchi di plastica non biodegradabili e alcuni prodotti monouso come le posate. Un divieto che entro il 2025 sarà esteso a tutti i prodotti di plastica monouso, una scelta rivoluzionaria per un paese che ogni anno sversa in mare oltre 3,5 milioni di tonnellate sugli 8,8 totali.

In effetti il controllo del fenomeno, che rischia di portare danni ingenti agli ecosistemi dell’intero pianeta, passa per alcuni paesi chiave. Tra questi la Cina, insieme ad altri quattro stati asiatici come Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam. Insieme sono responsabili del 55-60% dei rifiuti plastici nei mari a livello globale (5,3 milioni), seguono poi Malesia, Nigeria, Egitto, Sri Lanka e Bangladesh.

A confermare questo dato il secondo incontro del gruppo di esperti su rifiuti marini e microplastiche, l’UNEP (United Nations Environment Programme, Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite) cui è seguito lo scorso dicembre un dettagliato rapporto su leggi e normative adottate dai diversi Paesi per regolare la produzione, la vendita, l’uso e lo smaltimento delle materie plastiche monouso.

Dati alla mano, nei cinque Paesi sopra elencati solo il 40% della spazzatura viene raccolta per lo smaltimento, che a sua volta presenta numerosi limiti a causa dell’abusivismo e delle discariche non sufficientemente isolate.

Ben diversa la situazione nell’Unione Europea (GUARDA IL NOSTRO VIDEO DOCUMENTARIO), dove la lotta all’inquinamento delle plastiche monouso è diventata una priorità. Nei 27 Paesi infatti si produce un totale di 316.800 tonnellate, con l’Italia che raggiunge quota 8.800: il nostro Paese si piazza così a metà strada tra paesi più virtuosi come Svezia, Danimarca e Norvegia (sotto la fascia delle 1000) e realtà più problematiche come Spagna (12.320 tonnellate) e il Regno Unito (18.480 tonnellate).

Venendo invece alle fonti di questo inquinamento, il rapporto sottolinea come sacchetti di plastica, articoli monouso e microsfere ne rappresentino gli strumenti più comuni e quindi pericolosi.

I sacchetti di plastica fossile sono quelli più regolamentati: 127 paesi su 192 recensiti (66%) hanno stabilito delle norme. Pur esistendo notevoli diversità da Paese a Paese, la forma più comune di restrizione riguarda la distribuzione a titolo gratuito (83 Paesi). Seguono il divieto di importazione e produzione (con 61), quindi tassazioni a carico di produttori (27) e consumatori (30).

Per i prodotti monouso in plastica, 27 Paesi su 192 stabiliscono qualche divieto su produzione, distribuzione, uso o vendita e importazione. I divieti però non si applicano a tutti i prodotti plastici usa e getta. Dieci paesi, generalmente insulari e costieri, hanno generalmente leggi più rigide e specifiche, forse a causa di un turismo strettamente legato allo stato degli ecosistemi marini. 29 i Paesi -17 in Europa – sono intervenuti attraverso tasse, in 22 Paesi il divieto riguarda prodotti specifici o solo polimeri specifici, come il polistirolo, mentre in altri casi sono solo gli utilizzi a essere colpiti, per esempio, solo le stoviglie o i contenitori da asporto.

Altri prodotti problematici sono le microsfere, aggiunte intenzionalmente ad alcuni prodotti di consumo (creme, dentifrici, prodotti per la pulizia, toner per stampanti, applicazioni medicali) e in diversi processi industriali come mezzi abrasivi. La loro produzione registra restrizioni solo in 8 Paesi su 192 valutati (ovvero il 4%, tra cui il Canada, la Francia, l’Italia e gli Stati Uniti d’America). Altri 4 Paesi (Belgio, Brasile, India e Irlanda) hanno emanato proposte di legge nazionali, mentre l’Unione europea ha avviato un processo per limitare l’aggiunta intenzionale di microsfere a diversi prodotti di consumo. Solo Canada e Stati Uniti hanno stabilito restrizioni a livello di produzione, limitando lo spessore della plastica in articoli monouso o che richiedono una percentuale di materiale riciclato all’interno del prodotto finito.

Ma al di là di queste differenze il più critico denominatore comune è rappresentato dalla mancanza di disposizioni precise: spesso non sono chiare le sanzioni e procedimenti a cui sarebbero soggetti i contravventori, ma soprattutto mancano investimenti o fondi strutturali per incentivare la produzione di plastiche compostabili ed eco-compatibili (GUARDA IL NOSTRO VIDEO DOCUMENTARIO). Ancora oggi, quindi, bisogna affidarsi a scelte come quelle del Cile o dell’isola di Hainan: nobili ma isolate.

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